UN PIZZICO DI BASEBALL...USA!

 

 

 

Il “Player Development Complex” di Fort Myers appare davanti a me, dopo 15 ore di viaggio e qualche ora di sonno, come Gerusalemme per i pellegrini. Negli ultimi 15 anni ha ospitato i Boston Red Sox per il loro spring training; rappresenta Vinovo per i fans della Juventus o La Pinetina per quelli dell'Inter: cinque perfetti campi da gioco, ognuno con terra rossa ed erba che ci potresti giocare a biliardo, dieci gabbie di allenamento per fare battuta, uno spogliatoio enorme, sale per colazione e pranzo e zona fisioterapia, con vasche idromassaggio (comprese di sguazzanti paperelle in gomma!) che vedi solo nei film. Controllo l'elenco dei team, sono con i Rebels, roster da 12 giocatori, il mio armadietto ha il numero 146. Dentro ci trovo una divisa dei Marlins di Miami; penso sia uno scherzo, è un regalo di Dave invece! Con lui avevo giocato i World Master Games nel 2013. Probabilmente nello stesso posto, negli ultimi anni ci si è cambiato David Ortiz o Manny Ramires o Curt Schilling, i nostri Del Piero, Totti, Buffon. Poco tempo per pensarci, ancora meno per le presentazioni, bisogna giocare, il programma non lascia pause: 4 giorni, 9 squadre, 7 partite da giocare, obiettivo: uscirne vivi. Gestisce la squadra Tim, manager e ricevitore. Con lui dai Legends della Virginia arrivano anche Sean, classico americano, alto, biondo, serio, gran battitore e Sandy, marines di origini messicane. Da Washington ci sono Rob, Ken Petrocelli, e Ron. Completano il quadro il newyorchese Damien, tutto “fucking” e “shit” e quattro arzilli vecchietti: Gary, due Bob e Angelo. Pronti, via! Ne perdiamo due su due il primo giorno, ma la squadra non è male. Si torna stanchi negli spogliatoi. A fine giornata vorrei restare a dormire lì dentro, è un sogno per me, gli altri ridono. Mi guardo in giro, sono tutti alti e grossi come nei film. Il mattino seguente si gioca nel “Palm Spring Stadium”, la casa primaverile dei Boston Red Sox per 15 anni, 15.000 posti, il colpo d'occhio, vuoto, è impressionante. Il “dug out” farà 40 metri in lunghezza almeno. Per noi lancia il 64enne Angelo, tutto drop e curve, vinciamo 9-4 con un suo “complete game”, non ci posso credere! Il pomeriggio si rigioca al complesso, perdiamo, ho le gambe in pappa. Il manager mi lascia sempre in campo, è una fatica mostruosa. Sabato rimedio:due sedute di idroterapia nella vasca in metallo, quella del film “Major League – La squadra più scassata della lega”. La prima, fra un match e l'altro, calda, la seconda, dopo aver vinto di nuovo nello stadio, a 16 gradi. La fisioterapista, carina, niente da dire, mi consiglia 10 minuti di terapia. Dopo 8 schizzo fuori come un gambero, ghiacciato!, ma la domenica mattina, incredibile, sono di nuovo in campo. Chiudo la giornata con una valida e due strikeout nel match con i Reds: uno me lo rifila un ex Minor Leaguer che tira solo dritto, ma a 86 miglia. L'altro, il closer, un sottomarino da 80 miglia...mai visto uno dal vivo! Nella stessa giornata, stufo di battere medie da limite di velocità americane, chiedo a Damien la sua mazza; è un toccasana! Piazzo un doppio, poi un singolo, poi un terza base “miracola” il mio line drive e la magia si placa. A fine torneo Damien mi regalerà la sua mazza. Domenica, siamo quasi alla fine. Perdiamo la finale per il 5° posto: affrontiamo una squadra che si chiama Red Sox. Troppo forti per noi! Doccia calda, pranzo tutti insieme. Tim mi chiede di tornare l'anno dopo. Vedremo! I giocatori se ne vanno. Vagabondo negli spogliatoi, aspetto che vengano a prendermi per tornare a casa. E' un bel momento, fatto di felicità e nostalgia. Non abbiamo vinto il torneo, non ho fatto fuoricampo, nessuna storia incredibile da raccontare.

Il momento più bello? Allo stadio, sabato, stiamo contro i Buzzards, gioco in seconda, 2° inning, 1out, corridore in prima. La battuta è una linea verso il sacchetto di seconda: tre passi di corsa, salto, la prendo al volo. Atterro in buon equilibrio, senza pensarci mi giro e tiro in prima. Ne esce, stranamente, un tiro deciso, preciso. Il corridore, un giovane forte, che gioca al college in vacanza con la squadra del padre, è sopreso, rientra, ma è out. Doppio gioco, si torna in panchina. Mentre tutti si congratulano con me, Tim, appoggiato alla balaustra davanti al dug out, dice con una faccia sorridente, fra il compiaciuto ed il sorpreso: “The Italian is a real player, guys!”. Ecco...dopo il “thank you, sir” di rito scendono due lacrimucce. Arriva Sean che mi rifila una pacca sulla spalla da stendere un toro: “Good job Morizio!”. E' ora di andare a battere...